Un’analisi del presente e uno sguardo al futuro del mining di Bitcoin, tra dati, riflessioni critiche e una visione personale sul ruolo di questa industria.
Prima di buttarsi su bitcoin e proporlo alla propria clientela come strumento d’investimento, la finanza tradizionale era partita con un approccio più classico, iniziando ad acquistare quote delle aziende di mining ed esponendosi così in maniera indiretta all’asset.
Il mining di Bitcoin ad oggi è una vera e propria industria, composta anche da grossi attori quotati in Borsa che hanno ricevuto ingenti capitali da fondi d’investimento come BlackRock. Inoltre, sempre più società di mining stanno intraprendendo la strada della quotazione sui mercati azionari per riuscire ad attrarre capitali e alcune di queste gestiscono anche delle pool, come Marathon Com’è stato possibile tutto ciò e quali sono i risvolti di questa situazione?
Le mining pool
Le mining pool aggregano la potenza di calcolo di più miner per aumentare le possibilità di minare un blocco. Creano il template del blocco e usano l’hashrate collettivo per cercare di risolverlo. La ricompensa viene poi divisa tra i partecipanti in proporzione alla potenza fornita.
Ad oggi le pool usano diversi metodi per ripagare i miner che forniscono potenza di calcolo. Uno di questi è chiamato FPPS (Fully Pay Per Share), che offre un pagamento fisso e costante al miner (che varia in base alla potenza di calcolo fornita), indipendentemente dal fatto che la pool mini un blocco o meno.
Questo tipo di pagamento rende calcolabili e costanti i ricavi di un’azienda che mina bitcoin e che, di conseguenza, diventa più appetibile dal mercato perché è possibile calcolarne il ROI (Return On Investment). In sostanza, con questo tipo di pagamento, si esclude l’incertezza e si rendono prevedibili i ritorni. Il rischio se lo accollano le mining pool perché, nel caso in cui non riuscissero a minare blocchi per un certo lasso di tempo, potrebbero andare in perdita dovendo comunque pagare i miner.
Possiamo quindi azzardare che le mining pool abbiano aiutato l’ingresso della finanza tradizionale nel mining di bitcoin, accollandosi parte dei rischi.
Ma questo è un mio pensiero.
Il mining oggi
Le mining pool ad oggi non sono tantissime e abbiamo una forte concentrazione di miner in alcune di esse. Se sommiamo l’hashrate di Foundry e AntPool superiamo il 50% della potenza di calcolo globale.
Non è una condizione ottimale.
Ora però guardiamo anche l’altro lato della medaglia. Innanzitutto, sebbene le mining pool abbiano un grosso potere, non possono scherzare con il fuoco e devono essere molto trasparenti sul loro operato nei confronti dei miner, perchè i miner possono direzionare il loro hashrate verso un’altra pool in tempi rapidissimi. E questo è un elemento fondamentale che richiama anche un po’ la teoria dei giochi, perché una mining pool non deve fare solo il suo interesse, ma anche l’interesse dei suoi “partner”, altrimenti perde tutto.
Io credo che le mining pool siano ben consce del loro potere e sappiano anche di essere un punto di centralizzazione per il network e, ad oggi, anche un punto di attacco da parte delle autorità, hanno quindi tutto l’interesse a trovare soluzioni che permettano loro di continuare a fare business, ma che le sollevino un po’ dalle responsabilità.
Lato miner invece, abbiamo aziende sempre più grosse che raccolgono capitali enormi e che producono molto hashrate, ma la mia paura è che questo hashrate sia prodotto da un’economia fiat e che sia molto precario. L’hashrate è strettamente legato al prezzo, perché se il prezzo scende sotto una certa soglia, i miner non sono più profittevoli e sono costretti a spegnere le macchine, o, nei casi peggiori, a cessare completamente l’attività, facendo crollare di conseguenza l’hashrate. Per fortuna Bitcoin ha dei meccanismi come il difficulty adjustment che mitigano queste situazioni.
Essendo ancora un mercato molto piccolo, l’ingresso dei grandi player istituzionali prima nelle aziende di mining e poi direttamente sul sottostante, potrebbe portare a forti oscillazioni di prezzo che impattano anche sulle mining farm. Tutto questo rende molto instabile anche l’hashrate.
Qualcosa sta cambiando
Lo sviluppo di Stratum V2 ha dato il via a un tentativo di risolvere i diversi problemi che affliggono il mining in pooling. Stratum è il protocollo di comunicazione tra le mining farm e le mining pool. La versione 2 porta, oltre che al miglioramento e alla crittazione dei dati, un aumento delle performance e dà la possibilità a ogni singolo miner di creare il template del blocco da minare. Inoltre abbiamo anche altre soluzioni già esistenti che cercano di risolvere i problemi descritti prima in maniera un po’ differente, come Ocean pool, che ha implementato il suo protocollo DATUM (simile a Stratum V2) e che utilizza un metodo di pagamento dei miner chiamato TIDES, ossia una evoluzione di FPPS e PPLNS non-custodial in cui gli indirizzi dei miner vengono inseriti direttamente nella coinbase transaction.
C’è anche molto fermento lato miner, per esempio con l’avvento di Bitaxe, un progetto open source che possiamo definire quasi un movimento, un’ideologia. Skot, il precursore di questo movimento, ha sostanzialmente fatto reverse engineering dei macchinari professionali usati per minare bitcoin ed è riuscito a creare un dispositivo “da scrivania” che contiene un vero e proprio chip ASIC, consuma solamente pochi watt e può essere costruito in casa. Ovviamente questi prodotti producono una potenza di calcolo non sufficiente per provare a essere competitivi, ma stanno riportando in auge il solo mining e stanno dando la possibilità agli appassionati di approfondire questo settore sfruttando un dispositivo di dimensioni molto ridotte e con un consumo praticamente ininfluente sulla bolletta.
Il futuro del mining
Dopo aver analizzato lo stato in cui siamo, possiamo far partire le speculazioni e far viaggiare la mente.
Partiamo dalle mining pool. Esisteranno ancora? Direi proprio di si, sotto quale forma non lo so, ma penso che sicuramente perderanno il controllo che hanno ad oggi sulla creazione del template dei blocchi e penso anche che si troveranno soluzioni future (oltre a quelle già esistenti) per diventare non-custodial e remunerare direttamente i miner. Alla fine è loro interesse essere sempre competitive in quanto a servizi offerti, perché lavorano su commissione, quindi devono essere appetibili.
Per quanto riguarda i miner invece, vedo una metamorfosi più grande.
Se l’intenzione è quella di consumare energia ecosostenibile, allora le industrie energetiche dovranno per forza cominciare a studiare i benefici che il mining può portare in questo senso. Non possono continuare ad ignorarli. E se questo accadrà, allora io mi immagino un futuro in cui le aziende energetiche stesse inizieranno a minare bitcoin e non lo faranno più seguendo logiche di mercato, ma sposteranno il focus sulla stabilizzazione della rete elettrica. Il mining è al momento l’unica industria in grado di essere così duttile da poter assorbire tutta l’energia in eccesso di un impianto, ma allo stesso tempo di consumare zero quando l’energia serve alla rete. A quel punto l’attività di mining nuda e cruda potrebbe diventare non più il business principale, ma un beneficio secondario che permetterà loro di avere entrate alternative rispetto alla vendita di corrente elettrica.
E che dire del movimento Bitaxe? Difficile dirlo, ma a mio avviso se riesce a raggiungere una massa critica di appassionati, potrebbe davvero iniziare ad emergere e a diventare un tassello fondamentale per il kit del “vero bitcoiner”. Utopisticamente, se noi avessimo 50 o 100 milioni di Bitaxe sparsi nelle case della gente, riusciremmo a distribuire in maniera più capillare il mining, ma soprattutto avremmo una parte dell’hashrate totalmente scorrelato dal prezzo di bitcoin, perché, visti i loro consumi molto ridotti, i Bitaxe rimarrebbero accesi e continuerebbero a produrre hashrate indipendentemente dal costo dell’energia o dalle oscillazioni del prezzo del sottostante.
Cosa accadrà, poi, dopo il 2140, quando non verranno minati più bitcoin?
Ipotizzando che le commissioni di rete saranno molto più elevate rispetto a oggi, e sufficienti a mantenere profittevole l’attività, potremmo trovarci in una situazione in cui il mining per puro profitto verrà ridimensionato. Le stesse aziende, tuttavia, potrebbero diventare fornitori esterni di servizi per il bilanciamento della rete, oppure, come accennato in precedenza, diventare loro stesse produttrici di energia elettrica rinnovabile sfruttando la loro esperienza in ambito mining per spingersi dove oggi non è economicamente conveniente.
Anche nelle nostre case potremo avere un boiler, una pompa di calore o un sistema di riscaldamento dell’acqua per la piscina che, mentre svolge il proprio lavoro, mina anche bitcoin.
Insomma, un futuro che sembra una favola, ma così possibile da volerlo vivere e fare in modo che anche i miei figli ne siano protagonisti.





