Lo shutdown del mining nella regione dello Xinjiang causa il calo dell’hashrate globale del 5,6% mentre il governo cinese intensifica i controlli.
I miner di bitcoin nella regione autonoma dello Xinjiang, in Cina, hanno spento una porzione significativa della loro potenza di calcolo. L’operazione ha provocato un calo dell’hashrate a partire dal 13 dicembre.
Le stime parlano di circa 400.000 macchine di mining messe fuori servizio, con una perdita complessiva di circa 100 EH/s che ha causato una diminuzione del 5,6% dell’hashrate totale della rete Bitcoin.
Jack Kong, ex presidente di Canaan Mining, ha confermato i dati stimando che impianti con una capacità di circa 250 TH/s siano stati disconnessi dalla rete.
Secondo Kevin Zhang, ex vicepresidente della mining pool Foundry, le perdite potrebbero essere ancora più consistenti. Zhang ha basato le sue valutazioni sui dispositivi Antminer S19, stimando che 500.000 macchine siano state rimosse da strutture che utilizzavano complessivamente 2 GW di energia elettrica.
Le indagini del PCC
La Cina ha mantenuto una presenza significativa nel settore del mining nonostante il divieto ufficiale imposto dal governo nel 2021. Fino a novembre 2025, il Paese asiatico rappresentava la terza forza mondiale di hashrate, arrivando a gestire oltre il 14% della potenza computazionale globale della rete.
Tuttavia, il rinnovato scrutinio da parte delle autorità sta costringendo i miner a liquidare anche impianti idroelettrici relativamente recenti. L’intensificazione dei controlli è scattata in seguito a un’indagine del Partito Comunista Cinese (PCC) nei confronti di operatori che avevano promosso le proprie attività sui social media, inclusi TikTok e Rednote. Tale visibilità pubblica ha attirato l’attenzione indesiderata delle autorità governative.
Secondo fonti citate da Blockspace, alcune delle unità più recenti utilizzano dispositivi di mining S19 XP, tra le macchine più performanti disponibili sul mercato.





