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In hardware veritas

Federico Rivi by Federico Rivi
Agosto 25, 2026
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Nell’ottava puntata di Quello che i Bitcoiner non dicono, intitolata In hardware veritas, Luca Giuliani ripercorre il tragitto che lo ha portato dai primi computer usati da bambino alla robotica, dalla ricerca biomedica a una startup, fino al mondo dei bitcoin hardware wallet.

Il racconto prende avvio da Torino e dalla provincia piemontese, in un piccolo paese di circa cinquemila abitanti. La figura del padre, elettrotecnico con un laboratorio di riparazioni, emerge come un riferimento decisivo. In famiglia era chiamato McGyver per la capacità di aggiustare praticamente qualsiasi oggetto, dai televisori agli stereo, fino alle emergenze automobilistiche risolte con soluzioni improvvisate.

«L’ho visto riparare letteralmente qualsiasi cosa, roba elettronica ma non solo.»

Quella cultura della riparazione è rimasta, pur con una differenza generazionale. Giuliani spiega di intervenire ancora quando può gestire un guasto in autonomia, ma senza la stessa dedizione del padre. Il lavoro tecnico, del resto, assorbe già molta della sua energia quotidiana. Resta però evidente l’impronta di un’educazione fondata sul capire come funzionano gli oggetti, prima di sostituirli.

Dai floppy disk alla programmazione

L’adolescenza di Giuliani è quella di un ragazzo nerd, appassionato di fantasy, Dungeons & Dragons e videogiochi. Tra i titoli che ricorda ci sono Prince of Persia, le avventure grafiche LucasArts come Monkey Island e Indiana Jones and the Fate of Atlantis, oltre a The Incredible Machine. In quest’ultimo gioco bisognava assemblare componenti per risolvere rompicapo meccanici e logici: un’esperienza ludica che, osservata a posteriori, anticipa bene la sua vocazione ingegneristica.

Il primo contatto con il computer risale agli anni delle elementari, con un 8086, il DOS, i floppy disk e una stampante ad aghi. Al liceo scientifico tecnologico di Fossano, l’informatica diventa presto la materia nella quale si sente più naturalmente portato. Il passaggio dalla semplice conoscenza degli strumenti alla programmazione, in terza superiore, è la svolta.

«Quando ho scoperto la programmazione è stato un fulmine a ciel sereno.»

Con QuickBasic Giuliani scopre un’attitudine che riconosce immediatamente come distintiva. Non si definisce uno studente modello, anzi ricorda di essere il classico ragazzo «sveglio ma non si impegna», ma nell’informatica trova un terreno in cui lo sforzo sembra ridursi quasi a zero. Una circostanza che orienta la scelta universitaria verso Ingegneria informatica al Politecnico di Torino.

Robotica, ricerca e un dispositivo per l’accessibilità

Durante l’università entra in un gruppo studentesco di ricerca dedicato alla robotica umanoide. L’ambiente, descritto come un concentrato di competenze e sperimentazione, gli offre libertà e occasioni pratiche. Il gruppo lavorava anche in prospettiva RoboCup, la competizione internazionale in cui squadre di robot giocano a calcio. Il traguardo dichiarato dalla fondazione è ambizioso: arrivare entro il 2050 a una squadra capace di battere una nazionale campione del mondo.

Dopo la laurea, Giuliani entra in una società di consulenza. Il primo progetto è lo sviluppo del nuovo e-commerce B2B globale di Luxottica. È un ingresso brusco nel mondo delle web application, distante dalla formazione maturata su sistemi operativi, robotica e informatica di basso livello. Il lavoro gli permette di imparare molto, ma porta con sé ritmi intensi e un clima che definisce tossico.

Dopo due anni sceglie quindi una strada meno remunerativa ma più coerente con le sue aspirazioni: l’Istituto Italiano di Tecnologia. Qui lavora in un team che realizza dispositivi elettronici per ricercatori attivi nella robotica e nell’ingegneria biomedica. Il suo progetto principale è uno smart glasses pensato per filtrare in tempo reale i suoni in base alla loro direzione, aiutando le persone con apparecchi acustici a distinguere meglio le voci negli ambienti rumorosi. Una componente di computer vision per ipovedenti viene invece accantonata, perché troppo complessa per l’hardware indossabile dell’epoca.

La startup e il peso della chiusura

Il progetto di ricerca evolve in uno spin-off. Giuliani diventa cofondatore e CTO di una startup che, tra investitori privati, Cassa depositi e prestiti, un bando del Comune di Genova e finanziamenti bancari, raccoglie oltre due milioni di euro. L’apertura dell’ufficio nei primi giorni del 2020 coincide però con l’arrivo della pandemia, che rallenta pesantemente una società impegnata a sviluppare un prodotto hardware e dipendente da fornitori, materiali e continue iterazioni.

Il team arriva a contare sei o sette persone e costruisce un prodotto che inizia a intercettare interesse sul mercato. Alcuni investimenti attesi, tuttavia, non si concretizzano. I problemi di liquidità diventano insostenibili e la startup viene fermata. Giuliani racconta senza retorica la difficoltà di gestire la chiusura, inclusa la responsabilità verso dipendenti e creditori.

«La prima cosa che facciamo io e l’altro cofondatore è toglierci immediatamente lo stipendio noi e cercare di tenere il più possibile liquidità in azienda.»

Nonostante l’esito, il bilancio personale resta positivo: un’esperienza intensa, formativa e capace di confermare la validità della visione tecnologica maturata negli anni precedenti.

L’approdo a BitBox e l’universo Bitcoin

Dopo alcuni mesi dedicati alla chiusura della società, Giuliani riattiva la propria rete di contatti. Un ex collega del gruppo universitario, già dipendente di BitBox, gli segnala che l’azienda cerca persone. Bitcoin non è il motivo iniziale della candidatura. Giuliani ne aveva sentito parlare all’università, trovando interessante la tecnologia, ma senza approfondire la dimensione economica o finanziaria.

A convincerlo è soprattutto l’hardware. Dopo circa dieci anni trascorsi fra robotica, elettronica e dispositivi fisici, non voleva tornare a un impiego composto esclusivamente da sviluppo software.

«Avevo passato 10 anni ad avere dell’hardware tra le mani e sapevo che mi sarebbe mancato non avere più un pezzo di elettronica in mano.»

Il colloquio con BitBox apre così una nuova fase. Giuliani entra dichiarando apertamente di non conoscere a fondo Bitcoin e di essere fuori aggiornamento rispetto allo sviluppo software professionale. I primi mesi sono un crash course continuo, fatto di appunti persino durante le pause caffè. Da quell’immersione nasce anche la scoperta dell’aspetto economico di Bitcoin, fino ad allora rimasto ai margini del suo percorso.

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