Un accordo fino a 18 miliardi chiude il contenzioso tra Meta e quasi tutti gli Stati americani. Nel frattempo, la protezione dei minori rischia di estendere ulteriormente la raccolta dei dati online.
Il 26 agosto 2026 Meta ha raggiunto un accordo fino a 18 miliardi di dollari con quasi tutti gli Stati americani che la accusavano di aver progettato Facebook e Instagram per aumentare l’engagement dei minori, di aver minimizzato pubblicamente i rischi e di aver raccolto dati di minori sotto i 13 anni senza il consenso dei genitori.
L’accordo interrompe il processo federale iniziato il 18 agosto e introduce nuove restrizioni per gli adolescenti, tra cui limiti di utilizzo e sistemi più efficaci per determinarne l’età.
La causa era iniziata nel 2023, quando 33 procuratori generali avevano citato Meta davanti a un tribunale federale. Al centro c’erano due questioni: da una parte il design di Instagram e Facebook – algoritmi di raccomandazione, infinite scrolling, notifiche e altre funzioni accusate di incentivare un utilizzo compulsivo – dall’altra la presunta violazione della legge federale che tutela i dati dei minori di 13 anni.
Una parte importante delle accuse si inserisce nel contesto emerso nel 2021 con i Facebook Files. Frances Haugen, ex product manager di Facebook, consegnò migliaia di documenti interni che mostravano come l’azienda avesse condotto studi sugli effetti dei propri prodotti, compreso l’impatto di Instagram su alcuni adolescenti. In quel periodo la pressione politica aumentò, Haugen testimoniò davanti al Congresso e Facebook sospese il progetto Instagram Kids, pensato per gli under 13.
Ma i problemi di Facebook con la gestione dei dati precedono di molti anni i Facebook Files. Nel 2018 esplose lo scandalo Cambridge Analytica: attraverso un’app erano stati raccolti dati provenienti da milioni di profili Facebook, compresi quelli di persone che non avevano utilizzato direttamente l’app, poi impiegati dalla società britannica per attività di profilazione politica. La vicenda è raccontata anche nel documentario Netflix The Great Hack, uscito nel 2019.
Nel 2019 la Federal Trade Commission (FTC) multò Facebook per 5 miliardi di dollari, all’epoca la più grande sanzione mai imposta per violazioni della privacy. Secondo l’autorità, Facebook aveva ingannato gli utenti sulla gestione dei loro dati e violato un precedente accordo sulla privacy stipulato con la FTC nel 2012.
Il processo chiuso questa settimana riguarda quindi accuse specifiche sul rapporto tra Meta, minori, design delle piattaforme e dati personali, ma arriva dopo oltre quindici anni di controversie sul modo in cui Facebook, e poi Meta, raccoglie, utilizza e protegge le informazioni dei propri utenti.
Una delle conseguenze più evidenti di questo dibattito è stata l’introduzione di limiti di età sempre più rigidi per accedere ai social network. L’Australia è stato il primo Paese a fare il passo più radicale: dal 10 dicembre 2025 piattaforme come Instagram, Facebook, TikTok, YouTube, X, Snapchat e Reddit devono impedire agli under 16 di avere un account e adottare sistemi per verificarne l’età. Nei mesi successivi diversi Paesi hanno seguito la stessa direzione. Grecia, Spagna, Francia, Danimarca, Nuova Zelanda e Slovacchia si stanno muovendo verso restrizioni simili.
Il cortocircuito è evidente: per proteggere i minori da piattaforme accusate di raccogliere impropriamente i loro dati, stiamo costruendo sistemi che richiedono ancora più dati su chi le utilizza.
Come viene verificata l’età? Quali dati servono? Dove vengono conservati? Per quanto tempo? E soprattutto: possono essere utilizzati per altri scopi? La risposta a queste domande sembra non interessare a nessuno e soprattutto, non è data a sapersi.
Inoltre, seguendo questa vicenda emerge anche un altro paradosso.
Se il problema portato in tribunale riguarda anche il modo in cui il prodotto è stato progettato – infinite scrolling, autoplay, notifiche push, metriche di engagement – perché una delle principali risposte dovrebbe essere identificare meglio chi lo utilizza, invece di modificare il prodotto e di crearne uno di migliore?
Un social costruito per massimizzare il tempo trascorso al suo interno e profilare gli utenti per monetizzarne l’attenzione è una scelta di design e di modello economico, non una caratteristica inevitabile della tecnologia.
Perché il caso Meta non sta aprendo un dibattito più ampio sul modello stesso dei social network? È davvero questo l’internet che vogliamo lasciare alle generazioni che oggi stiamo dicendo di proteggere?
E soprattutto: perché nessuno si chiede se qualcuno sta costruendo delle alternative migliori?





