Evoluzione della fiscalità delle criptovalute in Italia: un percorso normativo tra incertezze e correzioni.
La fiscalità delle criptovalute in Italia è un fenomeno relativamente recente. Solo con la Legge di Bilancio 2023 (Legge 197/2022) è stato introdotto un quadro normativo chiaro, che ha regolamentato il trattamento fiscale delle plusvalenze su Bitcoin e altre cripto-attività, definendo anche gli obblighi di monitoraggio.
Fino al 1° gennaio 2023, la normativa fiscale italiana non disciplinava in maniera organica le criptovalute: vi era una definizione, ma nessun obbligo dichiarativo specifico. L’Agenzia delle Entrate, in alcune risposte a interpelli (che, ricordiamo, non hanno valore di legge ma costituiscono mere opinioni di un soggetto terzo), assimilava le criptovalute alle valute estere, applicando regole del tutto inadeguate a questa nuova asset class.
Il quadro normativo della Legge di Bilancio 2023
Con l’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2023, il Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR) ha incluso le cripto-attività in una nuova categoria reddituale, i redditi diversi (art. 67, comma 1, lettera c-sexies). La definizione adottata riprendeva quella del regolamento europeo Markets in Crypto Assets (MiCA), non ancora in vigore in quel momento:
“Le cripto-attività sono rappresentazioni digitali di valore o di diritti che possono essere trasferiti e memorizzati elettronicamente, utilizzando la tecnologia di registro distribuito o una tecnologia analoga”.
Secondo la normativa, la base imponibile per il calcolo della plusvalenza è determinata dalla differenza tra:
- il corrispettivo percepito dalla vendita della cripto-attività;
- il costo o il valore di acquisto, che deve essere documentato dal contribuente.
In caso di mancata documentazione, il costo di acquisto viene considerato pari a zero, con una conseguente tassazione dell’intero ammontare incassato.
La normativa originaria prevedeva una soglia di non tassabilità di 2.000 euro, al di sotto della quale non vi era obbligo di dichiarazione. Tuttavia, questa esenzione è stata abolita dalla nuova Legge di Bilancio 2025, costringendo i cittadini a dichiarare e tassare anche micro-transazioni, come l’acquisto di un caffè pagato in satoshi.
Le fattispecie tassabili sono quattro:
- Rimborso
- Cessione a titolo oneroso
- Permuta (se avviene tra cripto-attività con caratteristiche e funzioni diverse)
- Detenzione (considerata una forma di reddito, tassata senza possibilità di deduzione)
Inoltre, i contribuenti devono dichiarare le proprie cripto-attività nel quadro RW della dichiarazione dei redditi, sia se detenute su piattaforme italiane, sia su exchange esteri o wallet personali. Per evitare sanzioni, è fondamentale conservare tutta la documentazione delle transazioni e, preferibilmente, utilizzare software di aggregazione per tracciare i movimenti su diversi exchange e wallet.
L’errore sulle aliquote
Uno degli aspetti più controversi riguarda la determinazione dell’aliquota fiscale sulle plusvalenze.
La legge originaria intendeva applicare un’aliquota del 26%, ma il testo normativo non è stato scritto in modo chiaro. Anziché esplicitare direttamente l’aliquota, si è scelto di rimandare a una vecchia legge del 1997, che prevedeva un’aliquota del 12,5%, senza considerare che tale norma era stata modificata nel 2011 (20%) e nel 2014 (26%). Questo errore ha generato un vuoto normativo e confusione tra contribuenti e professionisti.
Per correggere questa incongruenza, il comma 23 dell’art. 1 della Legge 207/2024 ha finalmente modificato il riferimento normativo, portando l’aliquota al 26% a partire dal 1° gennaio 2025. Tuttavia, non potendo applicare retroattivamente la norma e non essendo questo comma una norma interpretativa (art. 11 Preleggi e Statuto del Contribuente), per il 2023 e il 2024 l’aliquota rimane del 12,5%.
Questa la sequenza temporale delle aliquote applicabili:
- Anno d’imposta 2023 → 12,5%
- Anno d’imposta 2024 → 12,5%
- Anno d’imposta 2025 → 26%
- Anno d’imposta 2026 → 33% (previsto dalla Legge di Bilancio 2025, ma potrà essere annullato da successive norma).
Una legislazione confusa e un’Agenzia delle Entrate incompetente
L’evoluzione della fiscalità di Bitcoin e delle cripto-attività in Italia è stata gestita in modo approssimativo e disorganizzato. Invece di elaborare un testo chiaro e ben strutturato, si è intervenuti in modo frettoloso e superficiale, creando confusione tra contribuenti, commercialisti e operatori del settore.
L’errore sull’aliquota è solo l’ennesima dimostrazione dell’incapacità del legislatore di scrivere norme chiare e coerenti, preferendo rimandi caotici a vecchie leggi piuttosto che una riscrittura organica della normativa.
Non si sarebbe dovuto intervenire su una materia così complessa e innovativa attraverso una legge finanziaria, che ha tempi di approvazione estremamente ristretti e raggruppa centinaia di altre disposizioni legislative. In questi casi, non esiste un vero e proprio dibattito parlamentare che consenta una riflessione approfondita. Era necessario coinvolgere gli esperti del settore Bitcoin e delle cripto-attività, elaborare una proposta di legge strutturata e sottoporre, con i giusti tempi, a una verifica accurata da parte di tutti gli operatori sociali, economici e tecnologici coinvolti.
L’Agenzia delle Entrate, dal canto suo, ha dimostrato una totale incompetenza nella gestione del settore, continuando a fornire interpretazioni contraddittorie e spesso in contrasto con le norme vigenti. Questo atteggiamento ha alimentato incertezza giuridica e fiscale, costringendo i cittadini a navigare in un mare di burocrazia opaca e pericolose zone grigie.
Se l’obiettivo era portare trasparenza, equità e certezza fiscale, il risultato ottenuto è stato esattamente l’opposto. Il caos normativo generato non fa altro che spaventare gli investitori, penalizzare i piccoli risparmiatori e incentivare la fuga di capitali verso giurisdizioni più chiare e favorevoli.