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SCOTUS: serve mandato per i dati di localizzazione da geofence

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Giugno 30, 2026
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La Corte Suprema americana estende il Quarto Emendamento alla cronologia di posizione raccolta da terze parti: ogni accesso delle forze dell’ordine richiede ora un’autorizzazione giudiziaria.

Con una sentenza sei a tre, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il Quarto Emendamento tutela la cronologia di posizione dell’utente conservata da terze parti come Google. La decisione, pubblicata il 29 giugno 2026, nasce dal caso United States v. Chatrie: la polizia aveva usato un geofence warrant per ottenere da Google l’elenco di tutti i telefoni presenti nell’area di una rapina a mano armata, restringendo poi la lista fino ad arrestare Okello Chatrie, condannato a dodici anni di prigione.

Il governo aveva sostenuto che la ricerca fosse troppo limitata per attivare le protezioni costituzionali, e che Chatrie – avendo condiviso volontariamente la sua posizione con Google ogni pochi minuti – avesse rinunciato a qualsiasi ragionevole aspettativa di privacy in luoghi pubblici. La Justice Elena Kagan, autrice dell’opinione di maggioranza, ha respinto entrambi gli argomenti: la quantità di dati ottenuta è irrilevante, perché chi porta con sé uno smartphone accetta le funzioni di localizzazione per far funzionare le app, spesso senza sapere con quale frequenza i dati vengano registrati né come possano essere trasmessi alle autorità. Come recita la sentenza, «un utente di cellulare non deve essere considerato come se stesse condividendo informazioni private con terze parti – per poi essere liberamente trasmesse al governo – solo perché fa le cose ordinarie che fanno gli utenti di cellulare».

La Justice Sonia Sotomayor ha sottolineato nella propria nota che anche una sorveglianza di breve durata può rivelare «una ricchezza di dettagli sulle associazioni familiari, politiche, professionali, religiose e sessuali» di una persona – specialmente se si trovava in luoghi sensibili come uno studio legale, una clinica o un locale notturno. È la prova che la sorveglianza di localizzazione vale molto di più di un semplice spostamento geografico: è una mappa dell’identità.

L’Electronic Frontier Foundation ha accolto la sentenza, pur notando che non dichiara incostituzionali i geofence warrant in assoluto. Chi porta un telefono in tasca, però, dovrebbe poter mantenere la propria vita al riparo dalla sorveglianza statale.

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