La sentenza ribadisce che il sequestro di bitcoin detenuti su piattaforme di scambio è conforme alla legge penale.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Chosun Daily, la Corte Suprema della Corea del Sud ha emesso una sentenza che stabilisce inequivocabilmente la possibilità per le autorità di procedere al sequestro di bitcoin e altre criptovalute detenute presso exchange centralizzati.
La controversia giudiziaria ha avuto origine da un’operazione investigativa per riciclaggio di denaro, durante la quale le forze dell’ordine hanno eseguito il sequestro di 55,6 BTC dal conto di un exchange intestato a un individuo identificato come “Signor A”. Al momento della confisca, il valore complessivo degli asset digitali ammontava a circa 600 milioni di won sudcoreani, equivalenti a circa $410.000.
Il titolare del conto ha contestato la legittimità dell’azione, presentando una mozione di riconsiderazione presso il Tribunale distrettuale centrale di Seul. L’argomentazione difensiva si basava sull’interpretazione dell’Articolo 106 della Legge di Procedura Penale sudcoreana, sostenendo che il sequestro di bitcoin fosse illegittimo poiché l’asset non costituisce un “oggetto fisico” tangibile e quindi non rientrerebbe nell’ambito applicativo della normativa sul sequestro probatorio.
Dopo il rigetto della mozione da parte del tribunale di primo grado, il ricorrente ha presentato appello alla Corte Suprema nel dicembre scorso. L’organo giudicante di ultima istanza ha confermato la decisione dei gradi inferiori, respingendo definitivamente l’impugnazione.
La Corte Suprema ha chiarito che “ai sensi della Legge di Procedura Penale, gli obiettivi del sequestro includono sia oggetti tangibili che informazioni elettroniche”. I giudici hanno inoltre precisato che bitcoin, “in quanto token elettronico dotato della capacità di essere gestito, scambiato e sostanzialmente controllato in modo indipendente in termini di valore economico”, rientra pienamente nella categoria dei beni sequestrabili da tribunali e agenzie investigative.
Tale pronuncia si inserisce in un filone giurisprudenziale che ha progressivamente riconosciuto i digital asset come beni patrimoniali a tutti gli effetti legali. Già nel 2018, la Corte Suprema sudcoreana aveva stabilito che bitcoin costituisce una proprietà immateriale dotata di valore economico e può essere confiscato se acquisito attraverso attività criminali.
Nello stesso anno, gli asset digitali sono stati riconosciuti come asset divisibili nei procedimenti di divorzio. Nel 2021, un’ulteriore sentenza ha chiarificato che bitcoin rappresenta un asset virtuale che incorpora valore economico e costituisce un interesse patrimoniale secondo il diritto penale.
Contesto globale
L’approccio sudcoreano al sequestro di bitcoin riflette una tendenza globale verso il riconoscimento giuridico degli asset digitali. Il mese scorso, il Regno Unito ha approvato una legislazione che riconosce formalmente gli asset digitali come proprietà, conferendo loro lo stesso status legale delle forme tradizionali di proprietà.
La normativa britannica, sviluppata sulla base delle raccomandazioni della Law Commission di Inghilterra e Galles, fornisce una base statutaria ai principi legali precedentemente sviluppati attraverso la common law. L’obiettivo è migliorare la chiarezza e l’applicabilità nelle controversie che coinvolgono furto, successioni e insolvenza relative agli asset crittografici.





