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Home Bitcoin

Greenpeace ci riprova, ma l’attacco a Bitcoin è un boomerang

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Marzo 22, 2024
in Bitcoin
greenpeace bitcoin
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Un nuovo report pubblicato da Greenpeace scatena le reazioni della comunità Bitcoin: debunking delle critiche.

Il 19 marzo, attraverso un tweet, Greenpeace USA ha pubblicato un nuovo report contro il mining di Bitcoin. Il paper, scrive l’organizzazione sul proprio profilo X, mette in luce “i legami tra l’industria dei combustibili fossili, i negazionisti del cambiamento climatico e la crescente rete di lobbisti che promuove campagne e politiche per salvare centrali a carbone e impianti a gas”.

Nel documento viene citato uno studio di Alex De Vries della Vrije Universiteit Amsterdam, noto critico di Bitcoin e dipendente della Banca centrale olandese. 

Qualche ora dopo la pubblicazione, il tweet di Greenpeace è stato segnalato dalle community notes di X:
“L’articolo contiene molti errori relativi ai fatti, come il conteggio fallace dell’energia per transazione e informazioni obsolete e inesatte, come la proporzione di combustibili fossili utilizzati come fonte energetica. Al giorno d’oggi, la maggior parte dell’energia utilizzata per il mining di Bitcoin è rinnovabile.”

Nelle community notes vengono riportati i link ad altre due fonti: un articolo di Daniel Batten, ambientalista e Ceo di CH4 Capital, e un report di KPMG in cui viene approfondito il ruolo di Bitcoin nel mondo ESG. 

Oltre al paper, Greenpeace ha anche rilasciato uno schema che connetterebbe entità e individui dell’industria Bitcoin, politici, sostenitori dell’estrema destra, gruppi di interesse corporativi e negazionisti del cambiamento climatico.

Secondo Greenpeace i gruppi citati sopra starebbero cercando di fare attività di lobbying per promuovere il mining e facilitare il progresso dell’industria Bitcoin, oltre che a diffondere disinformazione sul clima, sostenere l’industria dei combustibili fossili, sfruttare risorse come elettricità e acqua e promuovere politiche ambientali pericolose a livello statale. 

Debunking delle critiche

Tra le tante risposte al paper di Greenpeace non può mancare quella di Daniel Batten.

Le tesi del report criticate sono le seguenti:

  1. La maggior parte dell’elettricità per il mining proviene da petrolio, carbone e gas;
  2. L’impatto ambientale di Bitcoin è soltanto aumentato nel tempo;
  3. I miner consumano grandi e crescenti quantità di acqua per generare l’elettricità necessaria e raffreddare l’attrezzatura;
  4. L’aumento della domanda di elettricità da parte dei miner sta mettendo sotto pressione le reti elettriche e aumentando i costi per i consumatori, senza alcuna iniziativa per l’espansione delle energie rinnovabili.

Rispondere alla prima critica è piuttosto semplice: la fonte presa da Greenpeace si basa su una serie di dati molto vecchia, che non descrive più accuratamente lo stato della rete Bitcoin. 

È ormai ampiamente riconosciuto che il mining utilizzi prevalentemente energia sostenibile. Secondo diversi studi oggi il settore utilizza più del 50% di fonti green, posizionandosi come l’industria con l’energy mix più verde a livello globale.

Anche la seconda critica è facilmente confutabile. Batten afferma che negli ultimi quattro anni l’impatto ambientale di Bitcoin non è cresciuto, anzi è diminuito. 

Secondo Batten è plausibile che Bitcoin diventi carbon negative nel giro di pochi anni, contribuendo quindi alla riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Un tale risultato sarebbe raggiunto attraverso l’utilizzo del metano di scarto proveniente da discariche e impianti di estrazione di petrolio nelle attività di mining. Già oggi in piccola parte stiamo assistendo a tale trasformazione, con alcune aziende che stanno sfruttando i fenomeni noti come gas flaring e gas venting per il mining di Bitcoin.

La terza critica fa affidamento al paper non-peer reviewed di Alex De Vries, nel quale viene affermato che ogni transazione consuma il corrispettivo d’acqua di una piscina da giardino.
I creativi calcoli di De Vries e il suo metodo sono stati confutati dagli studi peer reviewed della Cambridge Judge Business School.

Con l’ultima critica Greenpeace riesce a unire tre affermazioni false in una singola frase.
Innanzitutto il mining di Bitcoin è ben lontano dal mettere sotto pressione le reti elettriche. Al contrario, come è già stato dimostrato da vari studi, il mining può aiutare gli operatori di rete a stabilizzare le reti e prevenire i blackout.

Inoltre, come affermato da Brad Jones, ex Ceo di ERCOT, il mining può contribuire ad abbassare il costo dell’elettricità per tutti i cittadini, rendendo più competitivi i servizi di demand-response e stabilendo un prezzo di base per l’elettricità.

Infine una ricerca peer reviewed della Cornell University ha rilevato come il mining possa rendere più redditizio lo sviluppo di soluzioni a energia rinnovabile e accelerare la transizione green. Secondo lo studio i progetti di energia eolica e solare possono beneficiare del mining durante le loro fasi di sviluppo pre-commerciale. L’instaurazione di impianti di mining potrebbe ridurre l’impatto ambientale e generare ricavi da investire in futuri progetti di energia rinnovabile.

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