Le sentenze SCOTUS del 29 giugno 2026 sulle agenzie indipendenti rivelano che la banca centrale americana – nei fatti – è sempre stata un’appendice del potere esecutivo
Il 29 giugno 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso due sentenze gemelle. In Trump v. Slaughter, la Corte ha stabilito – con un voto di 6 a 3 – che le leggi che proteggono i vertici delle agenzie “indipendenti” dalla rimozione presidenziale sono incostituzionali, perché violano l’autorità di controllo dell’esecutivo. In Trump v. Cook, emessa lo stesso giorno con voto di 5 a 4, la Corte ha respinto la richiesta dell’amministrazione di rimuovere immediatamente la governatrice Lisa Cook dal Federal Reserve Board, ritenendo che il presidente non avesse rispettato le garanzie procedurali previste dalla legge – lasciando però aperta, in modo esplicito, la questione costituzionale di fondo sull’indipendenza della Fed. Come vedremo, questa finestra aperta non salva l’istituzione dalla logica più ampia che le sentenze introducono.
Il punto di partenza è storico. La Federal Reserve nasce nel 1913 con il Federal Reserve Act, approvato dal Congresso e firmato dal presidente Wilson il 23 dicembre 1913. Fin dall’origine la sua struttura è ambigua: tecnicamente un’entità mista pubblico-privata, con dodici banche distrettuali regionali a capitale privato e un Board of Governors nominato dal presidente e confermato dal Senato. L’indipendenza operativa viene presentata come garanzia tecnocratica contro le pressioni della politica. Il meccanismo di nomina presidenziale e conferma senatoriale colloca però la Fed esattamente dove si trovano tutte le altre agenzie federali: dentro il perimetro del potere esecutivo, con un cordone ombelicale che nessun linguaggio statutario ha mai reciso del tutto.
Ludwig von Mises, nel suo The Theory of Money and Credit (1912), aveva già identificato il problema strutturale prima ancora che la Fed esistesse: una banca centrale è uno strumento di espansione del credito che trasferisce ricchezza attraverso l’inflazione, e la sua gestione è sempre politica perché politiche sono le conseguenze di ogni sua decisione. L’autonomia formale è una cornice; il contenuto rimane determinato dagli incentivi del sovrano fiscale che quella banca serve. È una descrizione meccanica del rapporto tra moneta fiat e stato.
La storia della Fed conferma la lettura. Franklin Roosevelt nel 1933 sospese il Gold Standard per via esecutiva – con la proclamazione presidenziale del 20 aprile 1933 e il decreto esecutivo 6102 del 5 aprile 1933 che vietava il possesso privato di oro – avviando un riassetto della politica monetaria verso il finanziamento del deficit che fu completato dal Gold Reserve Act del 1934. Richard Nixon nel 1971 chiuse la convertibilità aurea del dollaro per i governi stranieri, annunciando la misura con un discorso televisivo del 15 agosto senza una preventiva deliberazione del Federal Open Market Committee come organo collegiale. Come ho argomentato nel pezzo su Greenspan e il grande inganno, l’indipendenza della banca centrale americana è sopravvissuta nella narrativa pubblica precisamente perché era utile a entrambi i rami del potere: ai presidenti, che preferivano delegare le scelte impopolari; al Congresso, che preferiva non essere responsabile dell’espansione monetaria.
Le sentenze del 29 giugno incidono su questo equilibrio di convenienza. La logica di Slaughter è costituzionalmente coerente con la dottrina del unitary executive: se il presidente è responsabile dell’esecuzione delle leggi federali, le agenzie che operano al suo interno non possono avere immunità dalla rimozione. Il ragionamento della Corte fa saltare la finzione dell’agenzia tecnocratica come zona franca dal controllo politico. L’eccezione costruita in Cook per la Fed è, come nota un contributor del Volokh Conspiracy di Reason, di portata incerta: la Corte ha ritagliato uno spazio procedurale, ma ha lasciato esplicitamente aperta la questione costituzionale di fondo, e il contenzioso futuro è già scritto.
Qui sta il punto che la discussione mainstream tende a ignorare. Il dibattito si concentra su chi controlla la Fed – il presidente in carica, il Congresso, i mercati finanziari – come se il problema fosse la catena di comando. La trappola del debito sovrano che ho analizzato nel pezzo sul Giappone (la trappola del debito sovrano: il Giappone spiega tutto) funziona esattamente nello stesso modo a Washington: quando il debito pubblico raggiunge livelli tali da rendere insostenibile un rialzo prolungato dei tassi, la banca centrale smette di essere un arbitro neutrale della politica monetaria e diventa un gestore della sostenibilità del debito sovrano. A quel punto, “indipendente da chi?” diventa una domanda retorica.
Il monopolio monetario statale, incarnato dalla banca centrale e dal regime di corso legale forzoso, crea strutturalmente la dipendenza che l’indipendenza formale pretende di correggere. Friedrich von Hayek in Denationalisation of Money (1976) sostenne che la concorrenza tra valute private era l’unico meccanismo in grado di disciplinare l’emittente: senza possibilità di uscita per i detentori di moneta, ogni garanzia istituzionale rimane una promessa revocabile. Cambiare il presidente della Fed, o redistribuire il controllo tra esecutivo e Congresso, lascia intatta la struttura del problema.
Le sentenze di giugno 2026 sono un caso scuola di come le istituzioni rivelino la propria natura sotto pressione. Per decenni la Fed ha operato sotto la doppia protezione di uno statuto che ne limitava la rimozione dei vertici e di una convenzione politica che ne rispettava l’autonomia operativa. Le sentenze smontano la prima protezione – almeno per la questione procedurale affrontata in Cook, mentre quella costituzionale resta aperta – e la storia ha già ampiamente eroso la seconda. Quello che rimane è un’agenzia federale con poteri straordinari sulla moneta, nominata dall’esecutivo, inserita nell’apparato statale, priva di fondamento costituzionale autonomo – e, soprattutto, priva di concorrenza.





