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Greenspan e il grande inganno: la Fed non è mai stata riformabile

Federico Rivi by Federico Rivi
Giugno 23, 2026
in Feature, Opinion
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La morte di Alan Greenspan offre l’occasione per leggere la banca centrale come struttura: il mandato inflazionistico produce instabilità per design, indipendentemente da chi siede al vertice.

Alan Greenspan è morto il 22 giugno 2026, a cento anni. La Federal Reserve ha diffuso una nota ufficiale in cui esprime cordoglio per la scomparsa del suo tredicesimo presidente. I necrologi hanno già iniziato il loro lavoro di cucitura: l’uomo che guidò la Fed dal 1987 al 2006, il “maestro” che navigò il crollo del 1987, il boom degli anni Novanta, la bolla dot-com, l’11 settembre. Una carriera da enciclopedia.

Il problema è che i necrologi, per costruzione, personalizzano ciò che è strutturale. Attribuiscono a un individuo ciò che appartiene a un’istituzione. E in questo caso, l’istituzione merita più attenzione del suo ex inquilino.

Il mandato della Fed – stabilità dei prezzi e massima occupazione – sembra ragionevole sulla carta. Nella pratica, è un dispositivo che delega a un comitato ristretto la gestione del costo del denaro per l’intera economia. Qualunque banchiere centrale onesto ammetterà che questo calcolo è impossibile: i segnali di prezzo che il mercato produce in modo distribuito e continuo vengono sostituiti da una decisione centralizzata, presa con dati in ritardo, modelli imperfetti e pressioni politiche mai del tutto assenti. Ludwig von Mises chiamava questo il problema del calcolo economico: senza prezzi liberi, la pianificazione genera errori sistematici, non casuali.

Greenspan lo sapeva, almeno in origine. Prima di entrare nel sistema, era un convinto sostenitore del gold standard e della critica alla banca centrale. Nel 1966 scrisse un saggio intitolato “Gold and Economic Freedom”, pubblicato originariamente nella newsletter The Objectivist di Ayn Rand e poi ristampato nel suo libro Capitalism: The Unknown Ideal (1967), in cui difendeva l’oro come protezione dalla confisca inflazionistica operata dai governi. Quella posizione non sopravvisse alla nomina. Una volta dentro, Greenspan divenne uno dei banchieri centrali più interventisti della storia moderna, responsabile di politiche monetarie che gonfiarono bolle successive, dalla tecnologia all’immobiliare.

La spiegazione convenzionale è che cambiò idea, o che cedette alle pressioni, o che il potere lo corruppe. Tutte letture biografiche. La lettura strutturale è più scomoda: il sistema seleziona il comportamento. Un banchiere centrale che lasciasse i mercati liberi di fare il loro corso – che permettesse la liquidazione degli investimenti sbagliati, che rifiutasse di tagliare i tassi a ogni scricchiolio – non sopravviverebbe politicamente. Il mandato istituzionale e l’incentivo politico convergono verso la stessa direzione: più moneta, più tempo guadagnato, meno dolore nel breve periodo. Il conto arriva dopo e di solito lo paga qualcun altro.

Il Black Monday del 1987 è il caso scuola. Greenspan era in carica da due mesi quando i mercati azionari crollarono in un solo giorno. La sua risposta fu immediata: la Fed garantì liquidità al sistema bancario, segnalando che avrebbe sostenuto i mercati in caso di difficoltà. Quella mossa fu descritta come brillante gestione della crisi. Era anche, e soprattutto, la prima formulazione chiara di quello che poi venne chiamato il “Greenspan put”: l’aspettativa implicita che la banca centrale avrebbe sempre attutito le cadute. Un’assicurazione gratuita sul rischio, finanziata da chi detiene risparmio.

Il “Greenspan put” era la logica conseguente di un sistema in cui il banchiere centrale viene giudicato per le crisi che non ha lasciato accadere, mai per le bolle che ha contribuito a creare. Gli incentivi erano – e restano – perfettamente allineati verso l’espansione monetaria. Cambiare il presidente non cambia gli incentivi. Ben Bernanke li ha seguiti dopo di lui. Janet Yellen anche. Jerome Powell pure, con variazioni di stile ma non di sostanza.

Esiste un argomento ricorrente secondo cui la Fed potrebbe riformarsi dall’interno, affinare i modelli, migliorare la comunicazione, aumentare la trasparenza. È un argomento che la stessa istituzione incoraggia, perché sposta il dibattito dalla legittimità della banca centrale alla sua efficienza tecnica. Il problema del calcolo economico centralizzato si risolve smettendo di fare il calcolo al posto del mercato. Questo è il confine che nessuna riforma interna può attraversare senza dissolvere l’istituzione stessa.

Nel frattempo, i mercati osservano ogni nomina alla Fed come un evento capace di ridefinire la politica monetaria globale. È una testimonianza involontaria della concentrazione di potere accumulata in quella struttura: un singolo comitato che fissa il tasso di interesse di riserva mondiale. Il fatto che il successore di Greenspan conti così tanto è precisamente il problema.

La critica austriaca alla banca centrale – da Mises a Hayek fino alle elaborazioni più recenti – è una critica epistemica: nessun organismo centrale dispone delle informazioni necessarie per fissare il prezzo del denaro in modo corretto per tutti gli agenti economici in ogni momento. L’errore non è accidentale. E gli errori del banchiere centrale, a differenza degli errori di un operatore privato, vengono socializzati per definizione: le perdite ricadono sull’intera economia attraverso l’inflazione, i cicli di espansione e contrazione, la riallocazione di ricchezza dai risparmiatori verso i debitori.

La direzione verso cui si muovono le banche centrali oggi – con i progetti di valuta digitale, il controllo granulare della moneta programmabile – è l’estensione coerente della logica originaria. Più strumenti, più controllo, più capacità di intervenire. Lo stesso mandato, applicato con tecnologie più precise. Christine Lagarde alla BCE parla un linguaggio diverso da quello di Greenspan, ma la premessa istituzionale è identica: la moneta è troppo importante per essere lasciata ai mercati.

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