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Un broker che fa della privacy un valore fondante
Bull Bitcoin non è un exchange come gli altri. Fondata in Canada da Francis Pouliot, è una delle pochissime aziende del settore a non essere finanziata da venture capital, una scelta che si traduce in una libertà operativa rara nel mondo cripto. A raccontarlo è Martina Melaviola, avvocata con un lungo percorso nel diritto societario e bancario, oggi head of legal dell’azienda canadese e ospite della quinta puntata del podcast Quello che i Bitcoiner non dicono di Atlas21.
Il modello di business di Bull Bitcoin è deliberatamente semplice: vendita e acquisto di Bitcoin esclusivamente in modalità self-custody. L’utente non può lasciare i fondi sulla piattaforma, non esiste custodia. A questo si aggiunge una politica di raccolta dati che riduce quasi a zero il ricorso a provider terzi per il processo di onboarding: i dati raccolti restano entro trenta giorni nelle sole mani dell’azienda, senza essere distribuiti tra i molteplici fornitori di servizi che caratterizzano la media del settore.
«La media di un exchange nel processo di onboarding utilizza non meno di 10 provider terzi per varie funzioni. C’è veramente, a seconda della granularità della verifica richiesta, una fase di rischio che è esponenziale.»
La licenza MiCA ottenuta senza compromessi strutturali
A giugno 2026 Bull Bitcoin ha ottenuto la licenza MiCA dall’Autorità dei mercati finanziari francese (AMF), necessaria per continuare a operare nel mercato europeo dopo la scadenza del 30 giugno 2026. Melaviola chiarisce che il processo non ha comportato obblighi aggiuntivi rispetto a quelli già in essere: il KYC era già applicato, le procedure interne erano già strutturate. L’autorità si è limitata a verificarne la corretta attuazione.
Il wallet open source di Bull Bitcoin, che implementa nativamente protocolli come PayJoin, resta disponibile a tutti gli utenti indipendentemente dall’acquisto sulla piattaforma. Una scelta tecnica con implicazioni rilevanti: se anche una piccola percentuale degli utenti Bitcoin adottasse PayJoin, le euristiche di chain analysis perderebbero gran parte della loro efficacia.
Che cos’è la DAC8 e perché cambia tutto
È qui che la conversazione entra nel vivo. La DAC8 è una direttiva europea che impone ai Crypto Asset Service Provider (CASP) di raccogliere sistematicamente dati fiscali sui propri clienti e di comunicarli alle autorità competenti entro giugno 2027, con riferimento all’anno solare 2026. I dati includono nome, cognome, indirizzo, e l’ammontare complessivo delle transazioni in crypto asset per ciascun utente.
La logica è quella opposta alla dichiarazione volontaria: non è il cittadino a comunicare il proprio patrimonio, ma è lo Stato a ricevere in automatico, attraverso i CASP, un quadro completo della situazione finanziaria del contribuente. Ogni autorità fiscale nazionale potrà accedere a un database centralizzato europeo, alimentato dalle segnalazioni di tutti i CASP attivi nel continente.
«C’è un obbligo di comunicazione che andrà a essere messo a terra a giugno del 2027 e che avrà ad oggetto tutti i dati raccolti dai CASP da gennaio a dicembre 2026. Si parla di dati personali, nome, cognome, indirizzo, e l’ammontare delle transazioni in ragione d’anno. Non solo riservato alle autorità fiscali, ma indistintamente a una più ampia lista di autorità.»
Melaviola sottolinea anche la dimensione globale del fenomeno: la DAC8 mutua dal CARF, un protocollo internazionale che entro il 2029 sarà adottato in oltre 70 paesi, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Svizzera al Canada.
Il problema non è solo fiscale: è la concentrazione dei rischi
La sorveglianza fiscale di massa pone un problema che va oltre la dichiarazione dei redditi. La centralizzazione di dati sensibili su centinaia di milioni di persone in database accessibili a molteplici autorità nazionali crea un rischio strutturale. Melaviola ricorda il caso francese: un funzionario dell’equivalente dell’Agenzia delle Entrate avrebbe venduto dati fiscali a organizzazioni criminali, contribuendo a un aumento superiore al 400% dei cosiddetti attacchi fisici ai detentori di Bitcoin in Francia nell’ultimo anno.
Il nodo non è l’evasione fiscale, ma la proporzionalità della misura. Una cosa è rendere disponibili i dati di un singolo individuo in presenza di un’indagine giudiziaria motivata. Un’altra è raccogliere preventivamente e in modo indiscriminato le informazioni finanziarie di tutti i clienti di tutti gli exchange europei, trattandoli come potenziali soggetti a rischio in assenza di qualsiasi sospetto specifico.
Bull Bitcoin apre le ostilità: il ricorso contro la DAC8
È in questo contesto che Bull Bitcoin ha deciso di agire. L’azienda ha avviato un procedimento davanti alla giustizia francese per contestare la compatibilità della DAC8 con il diritto alla privacy dei cittadini europei. Una sfida che Melaviola gestisce in prima persona nella sua veste di head of legal.
La direzione è chiara: i governi hanno progressivamente eroso la privacy finanziaria negli ultimi trent’anni, e la DAC8 ne rappresenta l’accelerazione più evidente nel mondo dei crypto asset. Bull Bitcoin sceglie di non accettare questa deriva in silenzio, portando la questione davanti ai tribunali mentre continua a operare con la licenza MiCA appena ottenuta. La coerenza tra valori dichiarati e azioni concrete è, secondo Melaviola, la ragione principale per cui ha scelto di fare parte di questo progetto.
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