Per anni General Motors ha raccolto dati su come guidavano i propri clienti e li ha venduti a società che lavorano con il settore assicurativo. Il caso è stato fermato dalle autorità americane, ma mostra quanto sia cambiato il rapporto tra noi e i prodotti che compriamo.
Posizione, velocità, accelerazioni, frenate brusche, guida notturna. Per anni General Motors ha raccolto queste informazioni attraverso OnStar e il programma Smart Driver.
Una parte dei dati veniva condivisa con LexisNexis e Verisk, società che lavorano anche con il settore assicurativo e producono report utilizzati per valutare il rischio dei conducenti. Le informazioni raccolte durante la guida potevano quindi contribuire alla costruzione di profili utilizzati dalle compagnie assicurative e incidere sul costo delle polizze.
Nel 2024 un’inchiesta del New York Times portò il caso all’attenzione pubblica e GM interruppe Smart Driver e i rapporti con LexisNexis e Verisk. A gennaio 2026 è intervenuta la Federal Trade Commission, vietando per cinque anni all’azienda di fornire determinati dati di geolocalizzazione e guida alle società che producono consumer report. A maggio è arrivato anche un accordo da 12,75 milioni di dollari con le autorità della California. Secondo l’indagine, GM aveva ricavato circa 20 milioni di dollari dalla vendita dei dati a LexisNexis e Verisk.
GM non è un’eccezione. Nel 2023 Mozilla analizzò le pratiche sulla privacy di 25 grandi marchi automobilistici e nessuno superò i suoi criteri.
Il problema non viene risolto a valle
Il DRIVER Act, presentato alla fine del 2025, parte da un principio apparentemente semplice: chi possiede un’automobile dovrebbe avere maggiore controllo sui dati che produce, sapere quali informazioni vengono raccolte e poter esercitare diritti su di esse.
La proposta, però, non impedisce alle automobili di raccogliere grandi quantità di informazioni e non vieta in assoluto ai produttori di venderle. Introduce soprattutto maggiori diritti di accesso e, per alcuni dati, la possibilità di opporsi alla vendita.
Il punto è che il diritto di chiedere la cancellazione dei propri dati non è uguale al diritto a non produrli in primo luogo.
Qualcuno sta provando a percorrere una strada diversa
Slate Auto sta sviluppando negli Stati Uniti un pickup elettrico senza modem cellulare integrato: l’auto non mantiene quindi una connessione autonoma e permanente con i server del produttore. Alcuni dati potranno comunque essere trasmessi attraverso l’app, per esempio per diagnostica e assistenza, ma Slate afferma che non venderà i dati raccolti.
La scelta di limitare alla base la raccolta dei dati è diventata per Slate Auto un modo per distinguersi sul mercato. E potrebbe non essere un caso isolato: se raccogliere dati è ormai lo standard, raccoglierne meno potrebbe diventare un vantaggio competitivo.





