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Il caso Coldcard: cosa è successo
Nella settima puntata di Quello che i Bitcoiner non dicono, il podcast di Atlas21, Luca Giuliani – sviluppatore presso Bitbox – ripercorre nei dettagli la vicenda che ha scosso il mondo della self custody nelle ultime settimane. Una vulnerabilità nel firmware di Coldcard, rilasciato a partire dal marzo 2021, ha generato seed phrase con entropia drasticamente insufficiente, aprendo la strada a potenziali attacchi di brute force. Secondo i dati disponibili al momento della registrazione, circa 1.815 Bitcoin sono stati sottratti da 5.200 indirizzi diversi, poi consolidati in pochi indirizzi.
Il problema tecnico affonda le radici in una scelta aziendale: Coldcard, in seguito a una disputa con Foundation Devices – che aveva clonato il suo codice come Coldcard aveva fatto con Trezor – decise di modificare la licenza del proprio firmware rendendolo “source available” anziché open source. Questa transizione costrinse gli sviluppatori ad abbandonare una libreria crittografica collaudata e adottarne una alternativa, meno battle tested. Durante la migrazione, un errore nella gestione di una variabile fece sì che il generatore di numeri casuali non venisse inizializzato correttamente, riducendo l’entropia effettiva della seed generata anche a soli 40 bit invece dei 128-256 previsti.
Perché l’entropia è tutto
Giuliani spiega con chiarezza il concetto di seed phrase per chi si avvicina al tema per la prima volta. Una seed phrase è, nella sostanza, un numero molto grande scelto in modo casuale e codificato come lista di 12 o 24 parole inglesi. La sicurezza dell’intero sistema poggia sulla vastità dello spazio di ricerca: trovare quel numero per tentativi sarebbe come individuare un atomo specifico in tutto l’universo.
Se invece faccio qualche errore e non scelgo il mio numero in maniera altrettanto casuale, lo spazio di ricerca si riduce e di conseguenza diventa più facile indovinarlo.
Nel caso Coldcard, chi conosce i limiti dell’errore può restringere la ricerca a uno spazio molto più piccolo, rendendo il brute force economicamente fattibile. Gli unici utenti Coldcard al riparo, sottolinea Giuliani, sono quelli che hanno generato la seed lanciando fisicamente dei dadi – funzionalità supportata dal dispositivo – oppure chi ha aggiunto una passphrase complessa, che di fatto genera un wallet completamente diverso anche a partire da una seed debole.
Open source non basta: il problema degli incentivi
Una delle riflessioni più significative dell’intervista riguarda la cultura della sicurezza nel mondo open source. La disponibilità pubblica del codice, da sola, non garantisce che qualcuno lo legga davvero con occhio critico.
La lezione che ci portiamo a casa da questa vicenda è che open source non basta. Questo ha creato nel tempo un clima per cui nessuno era particolarmente invogliato a fare review su Coldcard perché è un male dall’incentivo.
Giuliani ricorda che Coldcard non disponeva di un programma di bug bounty aperto ai ricercatori esterni, e che il suo CEO ha più volte risposto in modo ostile a chi segnalava vulnerabilità, accusandoli di voler diffondere FUD. Il risultato è stato un ecosistema in cui nessuno aveva ragione economica o reputazionale per investire tempo nell’audit del firmware. Proprio l’opposto di quanto avviene in progetti dove il codice è liberamente riutilizzabile e dove le segnalazioni responsabili vengono remunerate.
Come Bitbox affronta la generazione di entropia
A differenza di quanto emerso nel caso Coldcard, Bitbox adotta quello che Giuliani definisce il paradigma della difesa in profondità, ispirato all’immagine delle fette di formaggio svizzero: ogni strato ha i suoi buchi, ma sovrapponendo più strati i buchi non si allineano mai tutti.
Il Bitbox02 combina cinque fonti di entropia distinte: il generatore di numeri casuali del microcontrollore, quello del secure chip, un valore casuale salvato in memoria durante la produzione del dispositivo e unico per ciascuna unità, l’entropia fornita dal dispositivo host al momento dell’uso e infine il PIN scelto dall’utente in fase di setup. La logica di combinazione fa sì che l’entropia risultante dipenda dalla fonte più forte: anche se una delle cinque dovesse fallire, le restanti mantengono il risultato al livello corretto.
La sicurezza nell’era dell’AI: una corsa in corso
Il contesto in cui questa vicenda si inserisce è quello di una trasformazione rapida degli strumenti di attacco informatico. Stando a quanto emerge nell’intervista, la vulnerabilità di Coldcard sarebbe stata identificata tramite un modello linguistico di grandi dimensioni non censurato, e parallelamente un gruppo di ricercatori finanziati da OpenSats sta usando gli stessi strumenti per trovare vulnerabilità in progetti open source Bitcoin e segnalarle responsabilmente ai team di sviluppo.
Giuliani osserva che questo scenario sta già modificando il rapporto tra custodia e rischio. La soglia di Bitcoin che oggi è ragionevole tenere su un software wallet – un hot wallet connesso a internet – si è abbassata rispetto a soli due anni fa, perché trovare ed exploitare vulnerabilità nel codice è diventato più economico. Il principio guida rimane lo stesso: un sistema è sicuro quando attaccarlo costa più di quello che vale. Ma i costi cambiano, e con essi cambiano i compromessi da valutare.
Quanto al multisig multivendor – più chiavi generate da hardware wallet di produttori diversi – Giuliani concorda che aggiunga un livello di protezione reale, ma avverte che la complessità operativa ha un costo concreto in termini di errore umano: dimenticare una passphrase o sbagliare il backup di uno dei dispositivi può portare alla perdita dei fondi quanto un attacco esterno. La scelta della soluzione giusta rimane quindi strettamente dipendente dall’importo da proteggere e dalla capacità tecnica di chi la gestisce.
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