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Una bambina cresciuta tra gli adulti
Veneta di nascita, bolognese d’adozione, Martina Melaviola – head of legal di Bull Bitcoin e voce sempre più riconoscibile nella community Bitcoin italiana – ha una storia personale che parte da lontano. Cresciuta senza frequentare asilo nido né scuola materna, ha trascorso i primi anni in compagnia prevalentemente di adulti, imparando a leggere e scrivere prima dei coetanei grazie alla nonna maestra elementare. Un imprinting che, come racconta nella sesta puntata del podcast Quello che i Bitcoiner non dicono di Atlas21, ha plasmato il suo carattere in modo duraturo.
Due le passioni dominanti dell’infanzia e dell’adolescenza: la danza classica, praticata dai sei anni fino a circa dieci anni fa, e la lettura, spesso nutrita di libri sottratti alla libreria di casa. A dodici anni aveva già tra le mani La vita interiore di Moravia. La danza, in particolare, le ha insegnato qualcosa che va oltre la disciplina fisica.
Quando hai una passione che ti guida e quando quella passione ti regala degli obiettivi, alla fine non è tanto un problema di accettare cose o regole che non condividi: l’obiettivo e la passione sono più forti.
Giurisprudenza come strumento per conoscere il potere
La scelta di iscriversi a giurisprudenza, apparentemente in contraddizione con il carattere anticonformista che Martina descrive di sé, risponde a una logica precisa. Non era la prospettiva di diventare avvocata a spingerla, ma la convinzione che dietro la legge si celasse il potere reale della società, e che conoscerlo dall’interno fosse il modo migliore per poterlo leggere criticamente.
Quello che mi spinge a fare giurisprudenza è la sensazione che sia un modo per capire il sistema. Non tanto perché ne voglio fare parte, ma perché mi interessa poter esprimere la mia opinione rispetto a qualcosa: se non lo conosci davvero, non lo conosci.
L’università di Bologna – la più antica d’Europa, se non del mondo – offre un ambiente politicamente e culturalmente distante dal pragmatismo veneto in cui era cresciuta. Martina sceglie diritto commerciale e diritto dei mercati finanziari, prosegue con un dottorato, valuta la carriera accademica e poi vi rinuncia, scoraggiata da un sistema che percepisce come nepotistico e poco meritocratico. Approda infine alla libera professione, specializzandosi come avvocata d’affari con un’ulteriore incursione nel diritto bancario.
La disillusione del diritto tradizionale
La carriera da avvocata, costruita con anni di studio e sacrifici, rivela presto i suoi limiti. Le procedure si ripetono identiche, le gerarchie si rispettano per consuetudine più che per merito, e il linguaggio giuridico – che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere uno strumento di comprensione – diventa invece rituale. La curiosità intellettuale che aveva animato gli anni universitari cede il posto alla ripetizione.
Melaviola descrive quel periodo come segnato da una crescente inquietudine e da una profonda disillusione. La noia professionale, per chi ha sempre identificato il lavoro con la propria identità, è qualcosa di più di un semplice fastidio: è un segnale impossibile da ignorare. Ed è proprio in questo momento di transizione che Bitcoin entra in scena.
Il click: primavera 2018
L’incontro con Bitcoin avviene intorno alla primavera del 2018, durante una riunione di networking a Bologna a cui Martina partecipa quasi per caso. Un partecipante cita Bitcoin, ne spiega vagamente il funzionamento, abbozza l’idea di una moneta separata dal controllo statale. La spiegazione è confusa, ma il click scatta comunque. Da lì, Mastering Bitcoin di Andreas Antonopoulos diventa la porta d’ingresso a un mondo che si rivelerà sempre più centrale nella sua vita – in un momento storico, il 2018, in cui l’entusiasmo speculativo del ciclo precedente si era già sgonfiato e restava solo chi aveva ragioni più solide per interessarsi al tema.
La community italiana cresce proprio in quel periodo, prima su Clubhouse durante i mesi del Covid, poi sugli spazi audio di Twitter con il Bitcoin in the Club, appuntamento quotidiano in pausa pranzo che Martina ricorda come fondamentale non solo per imparare, ma per sentirsi parte di qualcosa. Intorno a lei, nella vita quotidiana, nessuno conosceva Bitcoin: la community online colma quel vuoto e diventa un acceleratore di consapevolezza.
Bitcoin come strumento di cambiamento concreto
Il filo che collega la bambina che si nascondeva dietro la poltrona per guardare la TV di nascosto, l’adolescente che a tredici anni prende il treno da sola per Nizza pur di frequentare una scuola di danza, la studentessa che sceglie giurisprudenza per capire il potere, e l’avvocata che abbandona uno studio in cui era socia per lavorare nel mondo Bitcoin, è sempre lo stesso: una propensione a fare le cose spaventose proprio perché spaventano, e a cercare la comprensione dall’interno di ciò che si vuole mettere in discussione. Per Martina Melaviola, Bitcoin non è un’opportunità finanziaria. È, come lei stessa lo definisce, lo strumento più neutro e più concreto di cambiamento che le sia capitato di attraversare.
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