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Dalle GPU cooperative agli oligopoli dell’hashrate
Tutto nasce nel 2010, su Bitcoin Talk. Un utente con il nickname Slush lancia un appello alla community: i minatori con schede video stanno trovando quasi tutti i blocchi, lasciando a bocca asciutta chi usa il processore del proprio computer. La soluzione proposta è semplice quanto efficace – unire le forze in quello che Slush chiama “cooperative mining”. Da quell’intuizione nascono le mining pool, e da lì inizia un percorso di progressiva concentrazione dell’hashrate che oggi rappresenta, secondo Gabriele Vernetti, la vulnerabilità più sottovalutata dell’intero ecosistema Bitcoin.
Vernetti, maintainer del protocollo Stratum V2 e ospite della quarta puntata del podcast Quello che i Bitcoiner non dicono di Atlas21, ripercorre questa storia per spiegare perché il problema non è tecnico in senso stretto, ma strutturalmente politico ed economico.
Il protocollo che muove l’hashrate mondiale
Per capire dove si annida il rischio, occorre capire come funziona Stratum V1, il protocollo di comunicazione tra miner e mining pool proposto dallo stesso Slush nel 2012. Stratum definisce i messaggi che le macchine – prima GPU, poi ASIC – scambiano con i server centralizzati delle pool. È la pool che costruisce il cosiddetto block template: prende le transazioni dalla mempool, le impacchetta in una struttura candidata a diventare il prossimo blocco e invia il “mining job” a tutti i suoi clienti sparsi nel mondo. I miner ricevono il lavoro, calcolano gli hash e rimandano le soluzioni alla pool. Nessuna macchina conosce lo stato della rete Bitcoin: quel privilegio appartiene esclusivamente al server della pool.
“Chi prende le transazioni e le impacchetta in questi template dei blocchi su cui poi tutti i vari minatori iniziano a lavorare sono questi server delle mining pool. Questo significa che quando noi apriamo mempool.space e vediamo la blockchain e tutti i blocchi che sono stati minati, il 70% di quei blocchi minati contiene transazioni che sono state scelte da queste cinque singole entità.”
Censura, blocchi vuoti e pagamenti fuori banda
Aprire mempool.space oggi mostra una realtà scomoda: tre pool coprono oltre il 50% dell’hashrate globale, cinque arrivano al 75%. Vernetti illustra gli scenari concreti che questa concentrazione rende possibili. Il primo è la censura delle transazioni: un governo o un’agenzia di regolamentazione può bussare alla porta di queste aziende e imporre blacklist di indirizzi. Non si tratta di ipotesi astratte – episodi simili hanno già coinvolto MARA Pool e, secondo analisi on-chain, anche Antpool. Il secondo scenario è più radicale: sotto pressione, le pool potrebbero minare blocchi vuoti, dimezzando di fatto la capacità transazionale della rete a discapito di utenti comuni.
A questo si aggiunge un’opacità commerciale rilevata da Vernetti nel meccanismo delle fee. Alcune pool accettano transazioni direttamente dai mittenti, senza propagarle alla rete, incassando compensi fuori banda. Il risultato visibile nei block explorer sono transazioni con fee quasi nulle che occupano spazio nel blocco, mentre il pagamento reale avviene in canali non tracciabili. Una zona grigia che, secondo Vernetti, rappresenta un incentivo economico diretto a non cambiare gli equilibri attuali.
Cosa cambia con Stratum V2
Stratum V2 nasce dalla collaborazione tra i cofondatori di Braiins e Matt Corallo, uno degli sviluppatori Bitcoin Core più attivi. La feature più discussa è la possibilità per ogni singolo miner di costruire il proprio block template, usando un nodo Bitcoin che gira direttamente nella mining farm. In questo modo la selezione delle transazioni si sposta da cinque grandi aziende a migliaia di operatori distribuiti in giurisdizioni diverse, rendendo molto più difficile qualsiasi forma di censura coordinata.
Il secondo miglioramento riguarda la sicurezza della comunicazione. Oggi i messaggi tra miner e pool viaggiano in chiaro – senza cifratura, come navigare sul web senza HTTPS. Chiunque si interponga nella comunicazione, da un ISP a un attore malevolo, può leggere, analizzare o bloccare il traffico. Vernetti descrive un attacco specifico, lo “hashrate hijacking”: intercettare i pacchetti non cifrati e reindirizzare una piccola percentuale delle prove di lavoro verso un terzo, sottraendo hashrate senza che il miner se ne accorga.
“Siamo nel 2026, tutte le nostre comunicazioni sono cifrate. Perché il mining di Bitcoin non è cifrato in modo simile? La stessa cosa valeva per le comunicazioni tra i nodi Bitcoin. Da due anni finalmente anche i nodi comunicano tra di loro in modo cifrato. V2 propone di fare la stessa cosa.”
L’incentivo economico all’adozione
La sfida principale per Stratum V2 non è tecnica ma commerciale: convincere aziende orientate al profitto ad adottare un nuovo protocollo. Vernetti e il suo team hanno affrontato il problema cercando efficientamenti misurabili rispetto a V1. Ridurre la latenza nella comunicazione e aumentare il numero di prove di lavoro valide che ogni macchina riesce a sottomettere per unità di tempo si traduce, a parità di hardware e consumo energetico, in un incremento dei ricavi. È su questo terreno – l’incentivo economico diretto – che Stratum V2 punta a convincere le grandi pool e i grandi operatori, affiancando così all’argomento ideologico della decentralizzazione un argomento comprensibile in qualsiasi business plan.
Il percorso è lungo. L’adozione da parte delle pool più grandi richiede tempo, risorse e volontà politica. Ma il progetto è attivo, il protocollo è open source e i suoi maintainer lavorano ogni giorno per renderlo sufficientemente maturo da diventare lo standard del settore.
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